La diga artificiale ha come modello d'ispirazione proprio il suo alter ego naturale costruito dai castori lungo i corsi d'acqua per ampliare la propria tana.
Le
dighe artificiali , proprio come quella naturale, sono costruite per
sbarrare un corso d'acqua e creare un bacino artificiale che è fonte
d'approvvigionamento per acquedotti, per l'irrigazione dei campi, per
l'attività industriale
ma soprattutto per il funzionamento delle centrali idroelettriche che
utilizzano l'acqua per produrre energia elettrica. L'utilizzo della diga
artificiale per l'approvvigionamento delle centrali idroelettriche
richiede la presenza di pendii in modo da poter sfruttare l'energia
cinetica dell'acqua ed è per questo che esse sono situate per lo più in località montane.
Le dighe artificiali si compongono principalmente di due elementi: l'opera architettonica di sbarramento (in muratura o in materiali sciolti)
e i canali di scarico. Mentre le dighe in materiali sciolti non hanno
una forma ben precisa le dighe in muratura, a seconda delle funzioni e
della morfologia territoriale presenta le seguenti forme: a volta e a gravità. La costruzione delle dighe è sottoposta a rigide normative e specifiche
atte a garantire la sicurezza nelle sue diverse sfaccettature.Oggi sono
diverse le innovazioni nel campo delle dighe e molto interessante è la diga mobile per un corso d'acqua inventata e brevettata da Johann Heinrich Reindert Van den Noort, un'opera che ha il vantaggio di formare uno sbarramento solo quando è realmente necessario.
Le dighe artificiali sono caratterizzati da vari parametri dimensionali ed in particolare quelle al di sopra dei 15 metri sono definite "Grandi Dighe" e in Italia ve ne sono 543 suddivise in modo disomogeneo nelle regioni italiane.
Italia a parte, sicuramente le statistiche più interessanti riguardano le dighe più alte e più grandi del mondo i cui primati spettano, rispettivamente, alla cinese Jinping-I-Dam (305 metri) e la pakistana Tarbela Dam (153000000 metri cubi).
Le dighe molto spesso comportano rischi
economici e/o morfologici. A livello economico la costruzione di una
diga spesso porta a ingenti perdite di denaro, dovute sopratutto a
pessime gestioni dei fondi. La diga di Hoover,
invece, rappresenta uno dei pochi esempi al mondo di grande opera
funzionale e dai benefici effettivi (fu addirittura conclusa con due
anni di anticipo e un risparmio complessivo di quasi 15 milioni di
dollari). A livello morfologico i rischi sono relativi a possibili
terremoti (come per la diga di Campotosto) ma soprattutto, vista la
posizione in montagna, a possibili frane.
Per quest'ultimo caso quello più storicamente emblematico è il disastro del Vajont
che portò alla morte quasi duemila persone. Proprio per l'impatto che ha avuto
sulla società, questo disastro è diventato protagonista in diversi
campi artistici: musica con il rap di Siruan, cinematografia con l'opera di Renzo Martinelli, narrazione con l'opera oratoria di Marco Paolini e fumettistica con l'opera di Francesco Niccolini e Duccio Boscoli.
La presenza della diga nella letteratura non è solamente legata alla tragedia del Vajont ma è legata anche a citazioni in opere di Cicerone, Salgari ed è protagonista nei libri:
Da Molare Al Vajont: storie di dighe (Giorgio Temporelli), Le Grandi Dighe In Calabria (Giancarlo Principato), La Tragedia Della Diga Del Gleno (Benedetto Maria Bonomo), Guardiano Di Dighe. Il Lavoro Più Bello Del Mondo (Oreste Forno).
La diga artificiale, a seconda dell'occhio dal quale la si vede o dalla situazione in cui essa si trova, può presentarsi sotto forma di diverse metafore: potere per chi le costruisce, ingiustizia per chi vede le proprie terre usurpate, efficienza come nel caso della diga di Hoover, inefficienza per la maggior parte delle dighe erette, di indipendenza come nel caso della diga di Mosul per il popolo curdo. Queste metafore sono legate a quella che può essere definita una sociologia della diga artificiale, campo nel quale non può non rientrare il tema degli utilizzatori della diga stessa. A parte il caso in cui viene utilizzata dai governanti per far sfoggio del proprio potere come nel caso della Diga delle Tre Gole, la diga si rivela un'opera "socialista" in quanto, direttamente o indirettamente, servendo soprattutto per la produzione di energia elettrica, per l'approvvigionamento degli acquedotti e per l'irrigazione dei campi, porta benefici all'intera società civile.
La diga, il cui simbolo è presente sotto forma di cartello stradale, è al centro dell'intesse di diversi campi scientifici e tecnologici: la geologia e la geotecnica per l'aspetto morfologico, la scienza dei materiali, la metallurgia e l'ingegneria civile per la costruzione dello sbarramento, l'ingegneria idraulica, energetica ed elettrica per la trasformazione dell'acqua del bacino artificiale in energia elettrica tramite le centrali idroelettriche.
Infine un'ulteriore proposta di sintesi del mondo diga artificiale può essere rappresentata da: l'abbecedario illustrato, la mappa concettuale e il glossario in tre lingue.
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sabato 6 gennaio 2018
sabato 23 dicembre 2017
step (AA): Le metafore della diga artificiale
La diga artificiale, a seconda dell'occhio dal quale la si vede o dalla situazione in cui essa si trova, può presentarsi sotto forma di diverse metafore.
La diga artificiale del Menta, in Calabria, è stata considerata per molti anni metafora d'inefficienza prima della riapertura dei cantieri: mancata produzione di energia elettrica, carenze idriche nella città di Reggio Calabria, opere danneggiate, vandalizzate hanno fatto sì che che alla diga venisse attribuita questa metafora "negativa". Per contro la diga di Hoover è metafora d'efficienza per i risultati positivi che fin dalla sua costruzione che essa ha raggiunto.
Nei paesi in via di sviluppo la diga assume metafore diverse ed in particolare essa diventa metafora di potere dal punto di vista dei governi o dei capi di stato mentre è metafora di ingiustizia per quelle popolazioni che vedono espropriarsi le proprie terre per far posto alla costruzione di queste imponenti strutture architettoniche. Nel caso della diga di Mosul si ha la metafora dell'indipendenza in quanto non solo garantisce acqua per i campi e per l'elettricità al popolo curdo ma ne costituisce un vero e proprio simbolo identitario.
La diga artificiale del Menta, in Calabria, è stata considerata per molti anni metafora d'inefficienza prima della riapertura dei cantieri: mancata produzione di energia elettrica, carenze idriche nella città di Reggio Calabria, opere danneggiate, vandalizzate hanno fatto sì che che alla diga venisse attribuita questa metafora "negativa". Per contro la diga di Hoover è metafora d'efficienza per i risultati positivi che fin dalla sua costruzione che essa ha raggiunto.
Nei paesi in via di sviluppo la diga assume metafore diverse ed in particolare essa diventa metafora di potere dal punto di vista dei governi o dei capi di stato mentre è metafora di ingiustizia per quelle popolazioni che vedono espropriarsi le proprie terre per far posto alla costruzione di queste imponenti strutture architettoniche. Nel caso della diga di Mosul si ha la metafora dell'indipendenza in quanto non solo garantisce acqua per i campi e per l'elettricità al popolo curdo ma ne costituisce un vero e proprio simbolo identitario.
domenica 3 dicembre 2017
step (X): Gli utilizzatori della diga artificiale
La diga artificiale, visti i suoi molteplici usi, dal punto di vista sociale è piuttosto socialista arrivando a servire dai più ricchi a i più poveri, dagli industriali agli agricoltori, dai vip alle persone "normali". Insomma, la diga, servendo soprattutto per la produzione di energia elettrica, per l'approvvigionamento degli acquedotti e per l'irrigazione dei campi, porta benefici all'intera società civile.
Spesso le dighe, in quanto opere architettoniche mastodontiche, sono espressione di potere e grandezza per chi le fa realizzare. E' il caso dell'imponente Diga Delle Tre Gole voluta dal governo Cinese per mostrare la propria potenza ma che ha avuto effetti (poco democratici e socialisti) sui contadini espropriati delle proprie terre in cambio di piccole somme di denaro.
Spesso le dighe, in quanto opere architettoniche mastodontiche, sono espressione di potere e grandezza per chi le fa realizzare. E' il caso dell'imponente Diga Delle Tre Gole voluta dal governo Cinese per mostrare la propria potenza ma che ha avuto effetti (poco democratici e socialisti) sui contadini espropriati delle proprie terre in cambio di piccole somme di denaro.
domenica 19 novembre 2017
step (T): Le industrie della diga artificiale
lunedì 13 novembre 2017
step (R): I rischi della diga artificiale
Sono diversi i rischi che coinvolgono la diga artificiale.
Il rischio che ha più probabilità di incidenza è quello delle perdite economiche che la costruzione di una diga comporta senza che essa svolga a pieno le funzioni per cui è stata realizzata. La diga artificiale Hoover, invece, rappresenta uno dei pochi esempi al mondo di grande opera funzionale e dai benefici effettivi (fu addirittura conclusa con due anni di anticipo e un risparmio complessivo di quasi 15 milioni di dollari).
Si tratta, però, di un’eccezione come dimostra un recente studio condotto dall’Università di Oxford, secondo il quale le grandi dighe sinora realizzate dall’uomo si sono quasi sempre rivelate dei progetti infrastrutturali pericolosi. Esse rappresentano infatti un investimento a rischio che, nella maggior parte dei casi, hanno frenato la crescita delle economie in via di sviluppo a causa degli enormi costi previsti per la loro realizzazione.
Su 245 dighe costruite tra il 1934 e il 2007 analizzate dallo studio – che ha tenuto conto solo delle opere che superano i 15 metri di altezza ("le Grandi Dighe")-, è stato riscontrato che nella maggior parte dei casi è stato sforato il budget in media del 96% e che in generale i lavori si sono dilungati per circa otto anni.
Con una crescita del consumo energetico del 56% da qui al 2040 (la stima è dell’International Energy Outlook), è d’altronde comprensibile che la produzione di energia idroelettrica continuerà a rappresentare un traguardo sempre più ambito. Senza dimenticare che oltre il 90% dell’energia rinnovabile a livello mondiale è connessa direttamente al lavoro delle dighe (fonte Commissione Internazionale delle Grandi Dighe).
Secondo i ricercatori di Oxford queste megainfrastrutture però oltre a non rispettare gli equilibri ambientali delle aree in cui vengono costruite, si traducono in investimenti non convenienti rispetto al rapporto qualità/prezzo (o qualità/efficacia). L’eccessivo utilizzo di cemento armato le rende dannose per l’effetto serra, in quanto generano un’enorme quantità di carbonio (basti pensare che la vegetazione esposta alle cisterne delle dighe genera metano, venti volte più potente del biossido di carbonio sul piano dell’inquinamento atmosferico).
Come detto, le riserve non mancano anche dal punto di vista economico. Un esperto di International Rivers sostiene che investire in pochi enormi progetti idrici non è ragionevole tanto quanto lo sarebbe investire su diversi ma più piccoli progetti, in quanto i radicali cambiamenti climatici in corso potrebbero alterare gli equilibri ambientali incidendo ad esempio sull’andamento delle precipitazioni e rendendo di conseguenza la futura utilità di tali costruzioni una vera e propria incognita. Senza contare poi che una diga non terminata (fosse pure completa al 99%) non è utilizzabile. È il caso della diga brasiliana di Belo Monte, che rischia di passare dai 14,4 miliardi di dollari previsti per il suo completamento a oltre 27 miliardi. E situazioni simili si stanno verificando anche nel Laos (Xayaburi Dam), in Vietnam (Lai Chau Dam), Etiopia (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che rischiano di essere schiacciati dal peso degli esorbitanti prestiti contratti per realizzare questi lavori.
Il quadro ritratto dai ricercatori di Oxford è dunque chiaro. Nonostante gli innegabili benefici (produzione di energia e acqua potabile, creazione di posti di lavoro e interventi regolatori in caso di siccità o eccessiva piovosità), la realizzazione di grandi dighe rischia di presentare più punti sfavorevoli che positivi. E se a ciò si aggiunge che in molti casi la costruzione di questi giganti è anche motivo di contenziosi tra Stati (l’ultimo caso eclatante è la crisi diplomatica in corso tra Etiopia ed Egitto per la Grande diga etiope), forse sarebbe meglio rivalutarne la fattibilità. O almeno questo è quello che spera il governo egiziano.
Il rischio idrogeologico legato alla presenza, in un determinato territorio, di invasi (“rischio diga”), è legato alle eventuali alluvioni delle zone di valle determinate da:
- manovre dei relativi organi di scarico in concomitanza o meno di eventi alluvionali legati ad eventi meteorologici (fenomeno controllato);
- possibili collassi o cedimenti delle strutture principali o accessorie degli sbarramenti artificiali (fenomeno accidentale/incontrollato).
In Italia la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 luglio 2014, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale in data 4/11/2014, sostitutiva della circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri 19 marzo 1996, n. DSTN/2/7019, ha recato nuovi indirizzi operativi per l’attività di protezione civile nei bacini in cui siano presenti grandi dighe, stabilendo, per ciascuna diga, le specifiche condizioni per l’attivazione del sistema di protezione civile e le comunicazioni e le procedure tecnico-amministrative da attuare:
- nel caso di "Rischio Diga", cioè rischio idraulico indotto dalla diga, conseguente ad eventuali problemi di sicurezza della diga, ovvero nel caso di eventi, temuti o in atto, coinvolgenti l'impianto di ritenuta o una sua parte e rilevanti ai fini della sicurezza della diga e dei territori di valle;
- nel caso di "Rischio Idraulico a valle", cioè rischio idraulico non connesso a problemi di sicurezza della diga ma conseguente alle portate scaricate a valle, ancorché ridotte per laminazione, ovvero nel caso di attivazione degli scarichi della diga stessa con portate per l'alveo di valle che possono comportare fenomeni di onda di piena e rischio esondazione.
I comuni, i cui territori possono essere interessati da un'onda di piena originata da manovre degli organi di scarico ovvero dall'ipotetico collasso dello sbarramento, prevedono nel proprio piano di emergenza comunale o intercomunale una sezione dedicata alle specifiche misure di allertamento, diramazione dell'allarme, informazione, primo soccorso e assistenza alla popolazione esposta al pericolo derivante dalla propagazione della citata onda di piena, attività da svolgere il supporto della prefettura-UTG, della provincia e della regione.
Per quanto riguarda il sistema di allertamento, esso viene definito nel caso in cui il Comune sia compreso in un territorio che può risentire della presenza della diga e degli effetti indotti da essa.
In particolare, in seguito all'approvazione della nuova pianificazione d'emergenza dighe, l'allertamento degli enti locali sarà prerogativa del Servizio di Protezione Civile Regionale, attivato dal Gestore delle acque dell'invaso, secondo lo schema seguente:
Recentemente, per il caso della diga di Campotosto, è venuta alla ribalta anche il rischio terremoto per una diga in quanto quella abruzzese è costruita al di sopra di una faglia sismica. I terremoti che han colpito il centro-Italia nel 2016 hanno portato alla luce la possibilità di una rottura della diga che, però, secondo le verifiche dell'Enel non ha subito danni e non è a rischio rottura con conseguente inondazione dei paesi a valle.
Il rischio che ha più probabilità di incidenza è quello delle perdite economiche che la costruzione di una diga comporta senza che essa svolga a pieno le funzioni per cui è stata realizzata. La diga artificiale Hoover, invece, rappresenta uno dei pochi esempi al mondo di grande opera funzionale e dai benefici effettivi (fu addirittura conclusa con due anni di anticipo e un risparmio complessivo di quasi 15 milioni di dollari).
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| Diga di Hoover |
Si tratta, però, di un’eccezione come dimostra un recente studio condotto dall’Università di Oxford, secondo il quale le grandi dighe sinora realizzate dall’uomo si sono quasi sempre rivelate dei progetti infrastrutturali pericolosi. Esse rappresentano infatti un investimento a rischio che, nella maggior parte dei casi, hanno frenato la crescita delle economie in via di sviluppo a causa degli enormi costi previsti per la loro realizzazione.
Su 245 dighe costruite tra il 1934 e il 2007 analizzate dallo studio – che ha tenuto conto solo delle opere che superano i 15 metri di altezza ("le Grandi Dighe")-, è stato riscontrato che nella maggior parte dei casi è stato sforato il budget in media del 96% e che in generale i lavori si sono dilungati per circa otto anni.
Con una crescita del consumo energetico del 56% da qui al 2040 (la stima è dell’International Energy Outlook), è d’altronde comprensibile che la produzione di energia idroelettrica continuerà a rappresentare un traguardo sempre più ambito. Senza dimenticare che oltre il 90% dell’energia rinnovabile a livello mondiale è connessa direttamente al lavoro delle dighe (fonte Commissione Internazionale delle Grandi Dighe).
Secondo i ricercatori di Oxford queste megainfrastrutture però oltre a non rispettare gli equilibri ambientali delle aree in cui vengono costruite, si traducono in investimenti non convenienti rispetto al rapporto qualità/prezzo (o qualità/efficacia). L’eccessivo utilizzo di cemento armato le rende dannose per l’effetto serra, in quanto generano un’enorme quantità di carbonio (basti pensare che la vegetazione esposta alle cisterne delle dighe genera metano, venti volte più potente del biossido di carbonio sul piano dell’inquinamento atmosferico).
Come detto, le riserve non mancano anche dal punto di vista economico. Un esperto di International Rivers sostiene che investire in pochi enormi progetti idrici non è ragionevole tanto quanto lo sarebbe investire su diversi ma più piccoli progetti, in quanto i radicali cambiamenti climatici in corso potrebbero alterare gli equilibri ambientali incidendo ad esempio sull’andamento delle precipitazioni e rendendo di conseguenza la futura utilità di tali costruzioni una vera e propria incognita. Senza contare poi che una diga non terminata (fosse pure completa al 99%) non è utilizzabile. È il caso della diga brasiliana di Belo Monte, che rischia di passare dai 14,4 miliardi di dollari previsti per il suo completamento a oltre 27 miliardi. E situazioni simili si stanno verificando anche nel Laos (Xayaburi Dam), in Vietnam (Lai Chau Dam), Etiopia (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che rischiano di essere schiacciati dal peso degli esorbitanti prestiti contratti per realizzare questi lavori.
Il quadro ritratto dai ricercatori di Oxford è dunque chiaro. Nonostante gli innegabili benefici (produzione di energia e acqua potabile, creazione di posti di lavoro e interventi regolatori in caso di siccità o eccessiva piovosità), la realizzazione di grandi dighe rischia di presentare più punti sfavorevoli che positivi. E se a ciò si aggiunge che in molti casi la costruzione di questi giganti è anche motivo di contenziosi tra Stati (l’ultimo caso eclatante è la crisi diplomatica in corso tra Etiopia ed Egitto per la Grande diga etiope), forse sarebbe meglio rivalutarne la fattibilità. O almeno questo è quello che spera il governo egiziano.
Il rischio idrogeologico legato alla presenza, in un determinato territorio, di invasi (“rischio diga”), è legato alle eventuali alluvioni delle zone di valle determinate da:
- manovre dei relativi organi di scarico in concomitanza o meno di eventi alluvionali legati ad eventi meteorologici (fenomeno controllato);
- possibili collassi o cedimenti delle strutture principali o accessorie degli sbarramenti artificiali (fenomeno accidentale/incontrollato).
In Italia la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 luglio 2014, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale in data 4/11/2014, sostitutiva della circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri 19 marzo 1996, n. DSTN/2/7019, ha recato nuovi indirizzi operativi per l’attività di protezione civile nei bacini in cui siano presenti grandi dighe, stabilendo, per ciascuna diga, le specifiche condizioni per l’attivazione del sistema di protezione civile e le comunicazioni e le procedure tecnico-amministrative da attuare:
- nel caso di "Rischio Diga", cioè rischio idraulico indotto dalla diga, conseguente ad eventuali problemi di sicurezza della diga, ovvero nel caso di eventi, temuti o in atto, coinvolgenti l'impianto di ritenuta o una sua parte e rilevanti ai fini della sicurezza della diga e dei territori di valle;
- nel caso di "Rischio Idraulico a valle", cioè rischio idraulico non connesso a problemi di sicurezza della diga ma conseguente alle portate scaricate a valle, ancorché ridotte per laminazione, ovvero nel caso di attivazione degli scarichi della diga stessa con portate per l'alveo di valle che possono comportare fenomeni di onda di piena e rischio esondazione.
I comuni, i cui territori possono essere interessati da un'onda di piena originata da manovre degli organi di scarico ovvero dall'ipotetico collasso dello sbarramento, prevedono nel proprio piano di emergenza comunale o intercomunale una sezione dedicata alle specifiche misure di allertamento, diramazione dell'allarme, informazione, primo soccorso e assistenza alla popolazione esposta al pericolo derivante dalla propagazione della citata onda di piena, attività da svolgere il supporto della prefettura-UTG, della provincia e della regione.
Per quanto riguarda il sistema di allertamento, esso viene definito nel caso in cui il Comune sia compreso in un territorio che può risentire della presenza della diga e degli effetti indotti da essa.
In particolare, in seguito all'approvazione della nuova pianificazione d'emergenza dighe, l'allertamento degli enti locali sarà prerogativa del Servizio di Protezione Civile Regionale, attivato dal Gestore delle acque dell'invaso, secondo lo schema seguente:
Recentemente, per il caso della diga di Campotosto, è venuta alla ribalta anche il rischio terremoto per una diga in quanto quella abruzzese è costruita al di sopra di una faglia sismica. I terremoti che han colpito il centro-Italia nel 2016 hanno portato alla luce la possibilità di una rottura della diga che, però, secondo le verifiche dell'Enel non ha subito danni e non è a rischio rottura con conseguente inondazione dei paesi a valle.
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| Diga di Campotosto |
sabato 4 novembre 2017
step (L): La diga artificiale nei fumetti
La presenza della diga artificiale nel mondo dei fumetti è legata (come nei casi del cinema e della musica già trattati nel mio blog) alla tragedia della diga del Vajont.
"Vajont: storia di una diga" è il titolo del libro a fumetti di Francesco Niccolini e Duccio Boscoli, pubblicato da Becco Giallo nel 2013.
E' il 9 ottobre 1963, confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia; poco dopo le dieci e mezzo di sera 260 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e precipitano nel bacino artificiale della diga del Vajont, provocando un'onda gigantesca che scavalca la struttura e travolge i paesi di Erto, Frassen, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo, Casso, Pineda, Longarone, Codissago, Castellavazzo, Villanuova, Pirago, Faè e Rivalta. I morti sono quasi duemila, pochissimi i feriti. A 50 anni di distanza, la ricostruzione a fumetti di una delle tragedie più annunciate e denunciate della storia italiana: il genocidio di un'intera comunità, provocato dalla mano criminale di una classe industriale senza scrupoli e da uno Stato incapace di difendere il territorio e i suoi cittadini.
"Vajont: storia di una diga" è il titolo del libro a fumetti di Francesco Niccolini e Duccio Boscoli, pubblicato da Becco Giallo nel 2013.
E' il 9 ottobre 1963, confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia; poco dopo le dieci e mezzo di sera 260 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e precipitano nel bacino artificiale della diga del Vajont, provocando un'onda gigantesca che scavalca la struttura e travolge i paesi di Erto, Frassen, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo, Casso, Pineda, Longarone, Codissago, Castellavazzo, Villanuova, Pirago, Faè e Rivalta. I morti sono quasi duemila, pochissimi i feriti. A 50 anni di distanza, la ricostruzione a fumetti di una delle tragedie più annunciate e denunciate della storia italiana: il genocidio di un'intera comunità, provocato dalla mano criminale di una classe industriale senza scrupoli e da uno Stato incapace di difendere il territorio e i suoi cittadini.
step (K): La diga artificiale nel cinema
Il mondo del cinema, come altre arti narrative, abbraccia l'argomento diga artificiale focalizzando la propria attenzione sulla tragedia della diga del Vajont.
Proprio "Vajont" è il titolo del film del 2001 diretto da Renzo Martinelli che racconta la tragica storia di questa valle sommersa da un’alluvione nel 1963. Il lungometraggio è ambientato a Longarone in provincia di Belluno, luogo in cui è stata approvata la costruzione di una diga che avrebbe fornito a tutti i paesi della valle energia elettrica. I progettisti sapevano che il monte Toc non era del tutto stabile ma decisero ugualmente, dopo una relazione del geologo Dal Piaz (Philip Reloy) di iniziare la costruzione benché mancasse l’autorizzazione del Ministero di Roma. Il geologo non attua un’approfondita analisi del terreno e quindi non ne scopre l’instabilità. Nel frattempo una giornalista: Tina Merlin scrive diversi articoli sulla vicenda annunciando una possibile frana, ma la accusano per aver diffuso notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, ma con l’aiuto degli abitati del posto viene assolta. La costruzione prosegue anche se le possibilità di una frana aumentano. Biadene, Semenza e Pancini, (gli ingegneri) non si preoccupano di tutto ciò e non inviano a Roma tutte le relazioni dei diversi geologi che analizzarono il monte Toc. Il 9 ottobre 1963 un intero pezzo di montagna cade nel bacino della diga, si alza così un’onda di 25 milioni di metri cubi che raderanno al suolo i paesi circostanti.
Il film non è esclusivamente accentrato sulla catastrofe ma viene inserita nella vicenda anche una storia d’amore tra un geometra che lavorava alla diga Olmo Montaner, interpretato da Jorge Perugorria, e sua moglie Ancilla. Quest’amore che a volte prende il sopravvento sulla storia può risultare piuttosto banale e fuori luogo, infatti in molti casi il regista avrebbe dovuto concentrare la ripresa sulla popolazione, sulle sensazioni che stavano vivendo e offrire allo spettatore più ampie e dettagliate informazioni sulle idee ed i commenti degli abitanti dei paesi circostanti. Il ritmo del film è moderato, infatti la successione degli avvenimenti si sussegue con una modesta velocità soprattutto dopo la prima mezz’ora. Mirata è stata la scelta del regista nelle ultime scene, nelle quali Perugorria dialogava al telefono, dove alle spalle del protagonista veniva inquadrato un orologio che ci mostrava l’orario. Quest’accorgimento fa aumentare la tensione perché lo spettatore capisce che il pericolo è vicino. Ed inoltre si sa con precisione come i tempi e i momenti in cui sono accaduti gli ultimi fatti. Sono molte le scene religiose che caratterizzano il film.
L'opera di Martinelli, che Netflix ha aggiunto al suo catalogo per incrementare la sua quota di film italiani, è visibile anche su dailymotion.
Proprio "Vajont" è il titolo del film del 2001 diretto da Renzo Martinelli che racconta la tragica storia di questa valle sommersa da un’alluvione nel 1963. Il lungometraggio è ambientato a Longarone in provincia di Belluno, luogo in cui è stata approvata la costruzione di una diga che avrebbe fornito a tutti i paesi della valle energia elettrica. I progettisti sapevano che il monte Toc non era del tutto stabile ma decisero ugualmente, dopo una relazione del geologo Dal Piaz (Philip Reloy) di iniziare la costruzione benché mancasse l’autorizzazione del Ministero di Roma. Il geologo non attua un’approfondita analisi del terreno e quindi non ne scopre l’instabilità. Nel frattempo una giornalista: Tina Merlin scrive diversi articoli sulla vicenda annunciando una possibile frana, ma la accusano per aver diffuso notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, ma con l’aiuto degli abitati del posto viene assolta. La costruzione prosegue anche se le possibilità di una frana aumentano. Biadene, Semenza e Pancini, (gli ingegneri) non si preoccupano di tutto ciò e non inviano a Roma tutte le relazioni dei diversi geologi che analizzarono il monte Toc. Il 9 ottobre 1963 un intero pezzo di montagna cade nel bacino della diga, si alza così un’onda di 25 milioni di metri cubi che raderanno al suolo i paesi circostanti.
Il film non è esclusivamente accentrato sulla catastrofe ma viene inserita nella vicenda anche una storia d’amore tra un geometra che lavorava alla diga Olmo Montaner, interpretato da Jorge Perugorria, e sua moglie Ancilla. Quest’amore che a volte prende il sopravvento sulla storia può risultare piuttosto banale e fuori luogo, infatti in molti casi il regista avrebbe dovuto concentrare la ripresa sulla popolazione, sulle sensazioni che stavano vivendo e offrire allo spettatore più ampie e dettagliate informazioni sulle idee ed i commenti degli abitanti dei paesi circostanti. Il ritmo del film è moderato, infatti la successione degli avvenimenti si sussegue con una modesta velocità soprattutto dopo la prima mezz’ora. Mirata è stata la scelta del regista nelle ultime scene, nelle quali Perugorria dialogava al telefono, dove alle spalle del protagonista veniva inquadrato un orologio che ci mostrava l’orario. Quest’accorgimento fa aumentare la tensione perché lo spettatore capisce che il pericolo è vicino. Ed inoltre si sa con precisione come i tempi e i momenti in cui sono accaduti gli ultimi fatti. Sono molte le scene religiose che caratterizzano il film.
L'opera di Martinelli, che Netflix ha aggiunto al suo catalogo per incrementare la sua quota di film italiani, è visibile anche su dailymotion.
step (J): La diga artificiale nella musica
La presenza della diga artificiale nelle canzoni e in generale nel mondo musicale non è sicuramente diffusa. Nonostante ciò è possibile sottolineare e apprezzare, per l'argomento trattato, la canzone rap di Siruan: "Vajont", la prima canzone sulla tragedia.
Nel 2013 a cinquant’anni dalla tragedia del Vajont, Siruan pubblica l'unico brano scritto fino ad allora su quei fatti. Matteo Gracis, in arte Siruan, un rapper che vive a Belluno, la storia del Vajont l’ha sempre sentita raccontare dai nonni e dagli anziani nei paesini. Diventato adulto, e ben documentato sulla "diga del disonore" travolta il 9 ottobre 1963, Siruan affida alle sue rime la denuncia ed una netta condanna verso i politici e i tecnici che all'epoca non hanno voluto evitare la tragedia. La strofa rappata e ritornello ispirato all "Hurricane2" di Bob Dylan, vanno di pari passo con chiari riferimenti allo spettacolo di Marco Paolini di cui ho parlato in precedenza nel mio blog.
Nel video , girato nel comune di Erto-Casso (PN), l'enorme gettata di cemento armato che costituisce la diga è la triste protagonista delle immagini assieme al monte Toc, da cui si è staccata la frana che ha provocato l'enorme onda mortale.
Nel 2013 a cinquant’anni dalla tragedia del Vajont, Siruan pubblica l'unico brano scritto fino ad allora su quei fatti. Matteo Gracis, in arte Siruan, un rapper che vive a Belluno, la storia del Vajont l’ha sempre sentita raccontare dai nonni e dagli anziani nei paesini. Diventato adulto, e ben documentato sulla "diga del disonore" travolta il 9 ottobre 1963, Siruan affida alle sue rime la denuncia ed una netta condanna verso i politici e i tecnici che all'epoca non hanno voluto evitare la tragedia. La strofa rappata e ritornello ispirato all "Hurricane2" di Bob Dylan, vanno di pari passo con chiari riferimenti allo spettacolo di Marco Paolini di cui ho parlato in precedenza nel mio blog.
Nel video , girato nel comune di Erto-Casso (PN), l'enorme gettata di cemento armato che costituisce la diga è la triste protagonista delle immagini assieme al monte Toc, da cui si è staccata la frana che ha provocato l'enorme onda mortale.
step (I): La diga artificiale nella letteratura narrativa
Vi sono diverse occorrenze nella letteratura riguardanti la diga artificiale :
- Marco Tullio Cicerone - "In Verrem" :
- Liber Quartus - De signis (70 a.C.)
"All'estremità dell'isola c'è una sorgente di acqua dolce,
chiamata Aretusa, di
straordinaria abbondanza, ricolma di pesci, che sarebbe completamente ricoperta
dal
mare, se non lo impedisse una diga di pietra".
- Emilio Salgari - "Raccolta Di Opere" :
- Le Figlie Dei Faraoni (1905)
"Le divinità dell'antico Egitto sormontavano quelle dighe
colossali, costruite per
impedire alle acque del Nilo di espandersi nelle fertili campagne, troppo basse
e di rovinare
i raccolti".
2. I Minatori Dell'Alaska
(1900)
"Voi non conoscete ancora i castori e non avete mai visto le dighe
che quei piccoli
rosicanti costruiscono... Sembrano costruite dagli uomini... Quei meravigliosi
costruttori,
per ottenere dei bacini tranquilli che non vadano soggetti a
piene, che non
tarderebbero ad inondare le casette della colonia e anche a
distruggerle, erigono sui corsi d'acqua delle dighe
di una solidità incredibile
che fanno argine alla corrente e la costringono qualora crescesse,
a
rovesciarsi altrove...E' incredibile".
Sono diversi i libri che hanno come protagonista la diga artificiale e di seguito ne propongo alcuni:
Sono diversi i libri che hanno come protagonista la diga artificiale e di seguito ne propongo alcuni:
- Da Molare Al Vajont: storie di dighe (Giorgio Temporelli)
Quando si parla di incidenti associati alle dighe, la memoria collettiva torna al
Vajont, a quei tragici accadimenti che il 9 ottobre 1963 provocarono, in pochi
minuti, la morte di circa 2000 persone nonché ingenti danni materiali. Catastrofi
similari, forse meno note, sono accadute in altri luoghi e in altri tempi,
provocando l'allagamento dei territori a valle degli sbarramenti e perdite di vite
umane.
Limitandoci all'Italia e al territorio prossimo ai suoi confini, possiamo citare i
disastri del Gleno (Bergamo, 1923), di Molare (Alessandria, 1935), di Fréjus
(Costa Azzurra, 1959) e della Val di Stava (Trento, 1985). Il presente libro
intende riunire tutti questi accadimenti. Il lavoro, frutto di indagini bibliografiche
e di inchieste sul campo, presso le località oggetto della trattazione, contiene,
oltre alla cronistoria degli eventi, note sull'impatto ambientale, sulla
progettazione, la messa in opera e la corretta gestione delle diverse tipologie
di diga.
- Le Grandi Dighe In Calabria (Giancarlo Principato)
l'enorme potenziale della Calabria nel campo di queste importanti
infrastrutture. In modo del tutto sintetico ma significativo, i principali
dati sono stati inseriti in apposite monografie, ognuna arricchita
da allegati grafici e da documentazione fotografica che ricordano anche le
fasi costruttive. Sebbene si tratti di un'illustrazione delle singole dighe
e delle loro principali caratteristiche, è un documento che offre un'analisi
di un settore che, in alcuni casi, ha interessato enti territoriali e
organismi diversi con dati e informazioni contrastanti. L'appendice
finale, inoltre, riporta un elenco cronologico della normativa in materia.
- La Tragedia Della Diga Del Gleno (Benedetto Maria Bonomo)
Una strage, un'inchiesta chiusa frettolosamente, nessun colpevole.
E 359 morti che non hanno mai avuto giustizia. Il crollo della diga del
Gleno che il 1° dicembre 1923 ha travolto la Valle di Scalve, nella
bergamasca, è la prima strage italiana in cui giustizia e verità vengono
sacrificate alla ragion di Stato, più precisamente dello Stato fascista che
non può ammettere che azioni di gruppi terroristici minaccino
la sicurezza. Meglio quindi puntare il dito sui materiali, sul
costruttore, sul progettista e poi assolvere tutti. Perché i giudici del
tribunale di Bergamo non hanno dato peso alla perizia balistica,
o alla deposizione di un detenuto che parlò di una bomba, o alla
denuncia di furto di 75 chili di dinamite? A quasi un secolo di
distanza un avvocato penalista riapre il caso, in cerca di verità.
Perché giustizia e verità non cadono in prescrizione.
- Guardiano Di Dighe. Il Lavoro Più Bello Del Mondo (Oreste Forno)
Esiste una categoria di lavoratori molto fortunati, che trascorrono
il tempo immersi nella bellezza e nella pace delle montagne.
Sono i guardiani di dighe. Uno di loro si racconta:
il panorama mozzafiato della valle, la bellezza cangiante del
paesaggio, le notti buie d'inverno illuminate dalle stelle o
dalla luna che fanno capolino nella stanza del guardiano,
i lunghi turni sulla diga trascorsi scrivendo fiabe per i
suoi bambini. Un racconto coinvolgente, trapuntato dai
ricordi del passato: la dura lotta da alpinista sulle montagne
più alte della terra, l'incontro con la popolazione degli sherpa,
le rocambolesche avventure negli Stati Uniti d'America.
Nel film "Il tempo si è fermato", di Ermanno Olmi,
il guardiano della diga al Venerocolo diceva:
"Tempo sereno, e la vita è bella!".
Da allora sono passati sessant'anni, ma è quello che si
può ancora dire ancora oggi dei guardiani. Perché la vita
è bella quando il sereno è dentro. E lassù, che ci sia neve
o pioggia, brilla sempre il sole.
domenica 29 ottobre 2017
step (H): Le narrazioni della diga artificiale
Sicuramente la narrazione di maggior risalto sulla diga artificiale è : "Il Racconto Del Vajont".
Il racconto del Vajont (conosciuto anche come Vajont 9 ottobre '63 - Orazione civile) – è un monologo teatrale del 1993 di Marco Paolini che ne è stato anche l'interprete.
L'opera è un' «orazione civile» inerente agli eventi che portarono al disastro del Vajont (dall'inizio della costruzione dell'omonima diga nel 1956 alla frana del 9 ottobre 1963 che costò la vita a quasi duemila persone).
Il soggetto teatrale è la storia della diga del Vajont e delle circostanze che hanno condotto all'omonimo disastro, raccontate in circa due ore e mezza dall'attore Marco Paolini. La ricostruzione è il frutto di accurate ricerche e collezioni di documenti ufficiali, e fa risalire l'origine dell'intricata vicenda alla fine del XIX secolo.
Portata dapprima in casa di amici, poi nelle piazze, nei circoli culturali, nelle scuole, negli ospedali, nei centri sociali, nelle fabbriche, alla radio, e, qualche volta, nei teatri e nei festival, l'opera è stata trasmessa in televisione per la prima volta in occasione del trentaquattresimo anniversario del disastro, il 9 ottobre 1997, in diretta su Rai 2; per l'occasione fu allestito un teatro proprio presso la diga del disastro, precisamente nel versante riempito dalla frana e un tempo sede del bacino.
Paolini narra la vicenda che ha portato alla tragedia con estrema fedeltà ai fatti e alle persone, inserendo di tanto in tanto aneddoti divertenti che alleggeriscono la drammaticità del racconto. Nel corso del monologo Paolini cita anche il cedimento strutturale della diga di Malpasset, che causò un disastro per certi versi simile a quello del Vajont, rappresentando la più grande catastrofe civile della storia di Francia nel XX secolo.
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